Dodici carabinieri alle Fosse Ardeatine

 

Una data molto discussa dei giorni della Resistenza partigiana a Roma è quella del 23 marzo 1944, quando Rosario Bentivegna e dodici compagni dei Gruppi di Resistenza Patriottica (GAP: dipendevano dalla Giunta Militare, che a sua volta faceva capo al Comitato di Liberazione Nazionale, CLN), fecero esplodere una bomba in via Rasella; l'esplosione causò la morte di trentadue militari tedeschi del Reggimento Bozen e di due civili italiani. Scrive lo stesso Bentivegna: «L'attacco di via Rasella [...] è stato realizzato dal reparto della Resistenza romana, i GAP centrali garibaldini sotto la guida di Giorgio Amendola, della Giunta militare del CLN, di Carlo Salinari, Antonello Trombadori e Franco Calamandrei» (Lettera di Bentivegna a B. Vespa, Roma 16 febbraio 2005).

La rappresaglia ordinata per vendicare i soldati tedeschi morti nell’attentato causerà la morte di 335 italiani. Alle Fosse Ardeatine furono portati anche i tre carabinieri tradotti in via Tasso, più nove colleghi.

I tradotti in via Tasso erano il Ten. Col. Giovanni Frignani, il maggiore Carolis e il Capitano Aversa.

Frignani, tradotto dai nazisti nella sede del Comando tedesco di via Tasso, insieme alla moglie Lina e ai commilitoni Aversa e De Carolis, fu rinchiuso nella cella n° 2, in compagnia del generale Martelli Castaldi. Più volte torturato, anche in presenza della moglie, l’ufficiale dei CC fu fucilato, due mesi dopo, alle Fosse Ardeatine. Così è ricordato nella motivazione della massima ricompensa al valor militare: “ Ufficiale superiore dei carabinieri riuniva attorno a sé numerosi carabinieri sottrattisi alla cattura dei nazifascisti, organizzandoli, assistendoli moralmente e materialmente, inquadrandoli e facendone un organismo omogeneo, saldo, pronto ad ogni prova. Arrestato sopportava per due mesi, nelle prigioni di via Tasso, torture e sofferenze per non tradire la sua fede di patriota ed il suo onore di soldato con rivelazioni sull’organizzazione militare clandestina. Martoriato, con lo spirito fieramente drizzato contro i nemici della Patria, piegava il corpo solo sotto la mitraglia del plotone di esecuzione”.
A Roma scuole e strade portano il nome di Giovanni Frignani.

Nello stesso periodo si consumerà anche la persecuzione di Angelo Joppi, che fu tormentato per circa novanta giorni, subendo ventotto martorianti interrogatori e le più atroci, massacranti, immense torture, per estorcergli rivelazioni sull’organizzazione del fronte militare di resistenza.

Joppi, tradito da una spia, venne arrestato dai tedeschi mentre si trovava con una delle giovani figlie (Liliana, di 17 anni), alla stazione ferroviaria di Piazzale Flaminio. Tradotto nel carcere di Via Tasso, Joppi venne sottoposto a terribili torture, che non valsero a piegarlo e a fargli rivelare ciò che sapeva sull’organizzazione clandestina diretta da Caruso. Dopo mesi di detenzione e di sevizie, che lo avrebbero reso invalido, il valoroso carabiniere è condannato a morte. Il 3 giugno, con altri resistenti destinati al martirio, è caricato su un camion diretto fuori Roma. Il mezzo si guasta e Joppi, con gli altri, è riportato in Via Tasso. Si salverà per il sopraggiungere degli angloamericani.
Ricevette la Medaglia d’oro per il coraggio con cui aveva sopportato le torture.

Per le stesse sevizie morì invece il suo sfortunato collega Fortunato Caccamo, che avrà la medaglia d’oro alla memoria.
Fortunato Caccamo partecipò alla difesa di Roma e il 7 di ottobre, non volendo collaborare con i tedeschi, si diede alla macchia, unendosi, col nome di battaglia di “Tito”, alle formazioni di carabinieri guidate dal generale Caruso.


Nei mesi successivi la banda alla quale apparteneva, collegata al Fronte militare clandestino di Montezemolo, fu protagonista di varie azioni nella zona dei Monti Albani e di Palestrina, in collaborazione con la formazione guidata dal maggiore Costanzo Ebat. Catturato su delazione il 7 aprile del '44, in Piazza Bologna, mentre trasportava importanti documenti, fu rinchiuso nel carcere di via Tasso e più volte torturato.
La motivazione della massima ricompensa al valor militare alla memoria di Caccamo ricorda che “sebbene sottoposto per lunghi mesi a feroci torture, manteneva assoluto silenzio, evitando così di far scoprire capi e gregari dell’organizzazione.
Trasferito da via Tasso a Regina Coeli, il giovane carabiniere, infatti, fu sottoposto a processo e, il 9 maggio, condannato a morte dal Tribunale militare di guerra tedesco. Fortunato Caccamo fu fucilato alle 10 del 3 giugno, il giorno prima della liberazione di Roma, sugli spalti di Forte Bravetta, da un plotone della Polizia Africa Italiana, insieme a Costanzo Ebat e altri quattro patrioti.

 

 

su contributo Solazzo Raffaele

 

Copyright ©2003 www.Sordisalento.com